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«Il Tai Ji Quan? Un’arte che ci accompagna in ogni momento della vita»

L’insegnante Carlo Leale ci guida alla conoscenza della disciplina, diventata Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità dell’Unesco. E due videolezioni permettono di provarla

Cento milioni di praticanti nel mondo sono già una credenziale valida. Dallo scorso 18 dicembre il Tai Ji Quan può vantare un ulteriore e prestigioso riconoscimento, quello dell’Unesco, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura che lo ha inserito nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità, un repertorio di tradizioni, riti, arti e saperi che vuole testimoniare la diversità del patrimonio intangibile e aumentare la consapevolezza della sua importanza.

Alla scuola LAFONTE il Tai Ji Quan è una delle proposte stabilmente presenti nel programma annuale dei corsi, anche per via della stretta relazione con la Medicina tradizionale cinese e il lavoro sui canali energetici che tanta parte hanno nello Shiatsu. La pandemia di Coronavirus ha dirottato le lezioni della stagione 2020-21 dall’aula al web, ma non ha interrotto il percorso che l’insegnante Carlo Leale porta avanti con passione e competenza. Il riconoscimento Unesco è un segnale positivo in un periodo difficile e un’occasione per approfondire la conoscenza di quest’arte.

La Lista Unesco ha dato - e darà - visibilità al Tai Ji Quan. Come spiegare questa pratica a chi non ne sa nulla?

«Le definizioni sono molte e tutte contribuiscono a rappresentarla. È un’arte marziale, innanzitutto. Poi c’è chi la chiama “yoga cinese”, chi “ginnastica medica”, “disciplina psicofisica”, “meditazione in movimento”. L’aspetto saliente è che il Tai Ji ha lo scopo di preservare e governare l’energia, sostenere la vitalità e favorire la longevità. E non parliamo solo di durata della vita ma soprattutto di qualità».

Cosa significa Tai Ji Quan e che origini ha la disciplina?

«La tradizione vuole che il padre del Tai Ji Quan sia un monaco taoista vissuto in Cina tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, Chang San Feng, e che abbia avuto l’idea della pratica assistendo ad un combattimento tra una gru e un serpente. La sua figura, forse più mitica che storica, dice bene degli elementi taoisti che sono alla base del Tai Ji, ossia la conservazione della vita e della salute. Quanto al termine, significa combattimento (Quan) della suprema (Tai) polarità (Ji). Anche in questo caso la leggenda del monaco ci aiuta a capire: l’arte marziale nacque dal suo rendersi conto che non doveva puntare a sviluppare le capacità degli uomini e degli animali ma il Tao, in grado di assorbire, non sottomettere, le forze opposte. È il grande concetto cinese di Yin e Yang».

Eppure non sembrerebbe esserci un combattimento…

«Il confronto è prevalentemente con se stessi: provare, sentire, ascoltarsi, elaborare, superare. È uno stile “interno” delle arti marziali cinesi. La pratica della forma è solo l’espressione esteriore della disciplina, il punto di partenza. L’importante è capire cosa si sta muovendo nel corpo e ritrovare l’equilibrio».

Ci sono anche i Campionati mondiali e nel 2026 il Tai Ji Quan sarà un evento ai Giochi Olimpici Giovanili di Dakar. C’è, quindi, anche un aspetto competitivo e sportivo della disciplina?

«In queste manifestazioni si considera l’applicazione delle forme, il taolu, una sequenza precisa di tecniche che sono ispirate al combattimento e che vengono valutate. Quanto ai movimenti, il Tai Ji Quan è sostanzialmente un’arte marziale di autodifesa: troviamo spinte, prese, deviazioni, colpi schivati. In senso più astratto - l’aspetto che valorizziamo nei nostri corsi - è un gioco di assorbimento e pressione, sensibilità, radicamento e, come detto, equilibrio».

Nella vostra proposta è una pratica per il benessere fisico ed interiore più che uno sport. Quali benefici può dare?

«Sono tanti e a diversi livelli: dal controllo della postura al miglioramento della flessibilità, dal rafforzamento della muscolatura a quello delle funzioni visive, dall’azione sulla capacità aerobica alla regolazione delle funzioni degli organi fino alla riduzione di ansia, tensioni e stress. Per me, soprattutto, è libertà di esprimere il proprio corpo grazie all’osservazione di tutto ciò che abbiamo dentro».

Per chi è adatto?

È adatto a tutti, dai ragazzini agli anziani. È un lavoro graduale, non c’è nulla di forzato, ognuno trova una propria ampiezza e comodità nei movimenti e il proprio ritmo. Non ci sono movimenti lenti o veloci, solo quelli adatti a sé. A guidare è la respirazione, quella diaframmatica, importantissima. Gonfiando e sgonfiando l’addome si agisce sul centro energetico del nostro corpo, si entra in profondità e si muove il Qi, l’energia vitale della tradizione medico-filosofica cinese».

Facendo Tai Ji Quan si entra, dunque, in contatto anche con la Medicina tradizionale cinese?

«Possiamo dire che è Medicina tradizionale cinese in movimento. Si imparano e si sperimentano, per capirci, lo Yin e lo Yang, i cinque elementi, il percorso dei meridiani, i punti dell’agopuntura, l’energia e i rapporti del sistema Organi/Visceri. Si lavora con le conoscenze mediche cinesi».

Come nel Qi Gong? Qual è la differenza?

«Entrambe sono ginnastiche mediche, hanno in comune l’accento sulla respirazione, l’energia, l’integrazione tra corpo e mente. Cambiano i movimenti e l’intenzione. Chi fa Tai Ji sta facendo anche Qi Gong, ma non è vero il contrario».

Nel Tai Ji Quan vengono individuati vari stili. Qual è quello che propone?

«Alla scuola LAFONTE proponiamo lo stile Yang, meno “marziale” e maggiormente rivolto all’ascolto interno. Studiamo, in particolare, la forma 24 movimenti, ma alla fine ci si può anche dimenticare della forma. Lo dico esagerando, naturalmente, per far comprendere il senso profondo del Tai Ji Quan. Ciò che conta è il lavoro che si fa con se stessi e non solo nel momento della lezione. Il Tai Ji diventa un’arte che ci accompagna in ogni momento della vita e che ci spinge a considerare in una luce differente ogni situazione. È un motore di cambiamento e di ricerca continua, chi si avvicina deve essere disposto a mettersi in gioco in questo senso».

E per passare dalle parole alla pratica, possiamo seguire queste due lezioni dimostrative.


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